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mercoledì 31 agosto 2016

Tre storie (scusa, Oscar!)...

(...in ordine cronologico...)

Prima storia
Il 14 maggio 1993, alle ore 21:40, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e di Corso dei Mille fece brillare all'angolo di via Ruggero Fauro con via Umberto Boccioni (Roma) una Fiat Uno con circa un quintale d'esplosivo al passaggio dell'Alfa 164 che stava riportando a casa Maurizio Costanzo e la sua compagna. I danni agli immobili circostanti furono ingenti, ma l'obiettivo presunto dell'attentato salvò la vita a causa di un'esitazione degli attentatori. Non ci furono vittime, se si eccettua qualche lesione agli agenti della scorta, e una signora anziana che morì di crepacuore il giorno dopo (così riporta la tradizione orale). La fonte delle fonti parla di danni gravi ma non disastrosi. Fatto sta che alcuni palazzi vennero evacuati per un lungo periodo di tempo, e che il vetraio di via Fauro chiuse. Il suo prodotto, dopo l'esplosione del petardo, si trovava in eccesso di domanda nel raggio di alcuni chilometri. Purtroppo, però, ciò che aveva causato l'aumento della domanda aveva anche frantumato totalmente la sua capacità di offerta. Questa cosa un economista non la capirebbe: per lui gli shock o sono di domanda o di offerta. Che offerta e domanda possano essere collegate, e in modo così cogente, non riuscirete a farglielo capire, se non con un esempio. Ma naturalmente vi sconsiglio dal farglielo.

Seconda storia
Il 17 agosto del 2007, alle ore 10, presentavo il paper "China as an engine of sustainable growth" nella sessione parallela Chinese Economy and Business della conferenza Rising China in the Age of Globalization organizzata dall'Istituto Confucio dell'University College of Dublin (keynote speaker... è lui o non è lui?... Ma certo che è lui: Bob Mundell, quello della Columbia, e naturalmente dell'OCA). Ero arrivato due giorni prima e avevo noleggiato una macchina all'aeroporto per recarmi al mio B&B, l'Andorra, 94 Merrion Road. Venendo da nord, passo il fiume, e all'altezza del Trinity vedo un cartello alto un metro che mi segnala lavori in corso. Io, che già ero prudente per via della guida a sinistra (avrete capito che con la sinistra ho un rapporto delicato), rallento ulteriormente la velocità, nonostante di fronte a me non vedessi nulla: né buche, né cantieri, né macchinari, né rallentamenti. Il centro di un ordinato paesotto di provincia, nonché capitale della tigre celtica. Per farvi capire, questo è il disegnino di dove ero quando ho visto il cartello, e di dove dovevo arrivare:


Il cartello era a 4100 metri (o se volete a 4,1 km, o a 410000 centimetri) da dove dovevo arrivare, cioè a circa 12 minuti in automobile. Io proseguo fiducioso, e dopo altri 500 metri un altro cartello mi avverte che ci sono lavori ahead. Vabbè, dico io: sono prudente, tengo la sinistra, mi sorpasseranno a destra, non gli manderò i morti come farei se fossi a Roma (dove terrei la sinistra per sorpassare a sinistra, cosa che ormai in Italia riesce solo al Fmi): prima o poi sti lavori si vedranno, non tamponerò chi mi sta davanti. Proseguo per altri 500 metri: nessuna buca, nessuna coda, traffico regolare. Altro cartello... A questo punto comincio a preoccuparmi: se lo segnalano così, sarà come minimo il cantiere per l'erezione di una nuova piramide, pensavo. Chissà che bordello poi per arrivare all'UCD.

Insomma, ve la faccio breve: stavano cambiando un tubo del gas di fronte al mio B&B, con un restringimento di carreggiata di un paio di metri, che non causava nemmeno un senso unico alternato, ma un piccolo rallentamento locale, del tutto gestibile per un romano (un napoletano non se ne sarebbe nemmeno accorto - e, peraltro, avrebbe guidato a destra, visto che a Napoli guida a sinistra, cosa per la quale gli sono spiritualmente vicino...).

Ma avevano avuto la civiltà di mettere cartelli da quattro chilometri prima, per avvertire i contribuenti che forse avrebbero potuto incontrare dei disagi.

Terza storia
Il 30 agosto 2016 esco da un ristorante per turisti nel quartiere Prati, reduce da una serata sgradevole per vari e giustificati motivi: perché un mio amico cui tengo, e non si sa perché, sta male, e non si sa perché; perché mi impone persone spiacevoli, e non si sa perché; perché i ristoratori romani ogni tanto vogliono fare gli chef francesi, e non si sa perché. Tanti misteri, un'unica certezza: quando sul menù di un ristorante trovate scritto "con il suo" (e.g.: "Il filetto di narvalo delle Lofoten con il suo letto di cannabis del Pakistan") potete tranquillamente alzarvi ed andarvene: non avrete perso nulla. Se invece trovate scritto "con il mio" (dove l'io me della situazione è lo chef) dovete alzarvi, e darvela a gambe levate: non facendolo perderete molto (in termini finanziari).

Ovviamente, è solo un suggerimento: poi voi fate come vi pare, e dopo verrete a piagnucolare da me: "avevi ragione". Se è successo per Grillo, che almeno non vi ha sfilato una cento, figuratevi se non succederà per lo chef.

Me ne torno verso casa, ai Parioli. Dovete sapere (o forse saprete: ad esempio, Claudio Borghi lo sa), che la parte bassa di viale Parioli è il paradiso del liberismo. A causa di una rilevante concentrazione di locali alla moda (e non si sa perché) lo standard è la tripla fila (una fila di macchine parcheggiate a spina di pesce, più due file di macchine parcheggiate normalmente). Poco importa che ci sia anche una importante caserma dei vigili urbani, i quali, evidentemente, sono degli assidui lettori di John Locke (salvo fare sporadiche spedizioni punitive - ma anche queste scelte di metodo temo siano conseguenza dei noti fenomeni: i tagli, le carenze di organico, ecc.). Così,  insomma, i vigili tollerano, e naturalmente, dove il ritrarsi dello stato crea un'opportunità, il mercato interviene. Le due triple file sono gestite da uno strano personaggio, molto caratteristico, un po' zoppicante, che si para in mezzo alla strada (a rischio della pelle) e alloca i giovin signori, o, per meglio dire, le loro vetture, con estrema efficienza. Fatto sta che la doppia tripla fila di viale Parioli la carreggiata la restringe un po' più del singolo tubo di Dublino, e prima o poi qualcuno si farà del male, dopo di che ci si chiederà come mai una situazione simile potesse essere stata per anni la norma (e ognuno si darà le sue risposte).

Comunque, questa sera passo indenne le due triple file e mi accingo ad andarmene a casa, quando, ops!, una via che dovevo imboccare, adiacente a via Fauro, era bloccata.

Di fatto, ci impedivano di tornare a casa. Cartelli quattro chilometri prima? Ma ovviamente non se ne parla! Cartelli sul posto? Io non ne ho visti. Un simpatico nastrino giallo, e due signori con un gilet giallo.

Sapete cosa stavano facendo? Stavano girando un film sulla prima storia. E, per farlo "realistico", lo giravano ai Parioli, ma non sul luogo dell'attentato. Ora, io dico, i casi sono due, caro cineasta che sicuramente avrò sovvenzionato con le mie tasse (perché viale Parioli è il regno del liberismo, ma il cinema italiano è il regno dello statalismo...): vuoi fare una cosa realistica? Bene: vai sul luogo in cui è successo il disastro, e chiedi a proprietari delle case: "Gentili signori, desiderate rivivere le splendide emozioni di quella notte? Posso scarnificare con una ruspa la facciata di casa vostra? Posso fottervi, al rientro delle vacanze, una quarantina di posti macchina per occuparli con automobili finte, pseudodistrutte da pseudocalcinacci?". Tu vai a chiederlo, loro verosimilmente ti respingono con perdite (cosa che disapprovo, ma si spiega col trauma subito), quello che resta di te si dedica ad altro, e morta lì.

In alternativa, fai come tutti: ci sono tanti begli studi a Cinecittà: ti fai fare una via Fauro fasulla, e fai con quella. Tanto oggi con l'elettronica tutto si aggiusta! Invece no! Il simpatico cineasta, cui va fin d'ora la mia gratitudine per la passione civile con la quale sta affrontando un episodio negletto della nostra storia recente (e che ricorderò nelle mie preghiere fino a quando non sarà più necessario) che si inventa? In studio no, sul luogo dell'evento no, ma un po' vicino, in un quadrivio (per bloccare mezzo quartiere) e naturalmente non in pieno agosto, quando ai Parioli c'eravamo solo io e il giornalaio, ma alla fine del mese, alla ripresa del delirio.

Tralascio la parte folcloristica della terza storia, che sarebbe quando un tizio in gilet giallo mi si avvicina nell'ombra per spiegarmi che non posso rientrare a casa perché c'è un film, e io chiedo: "ma un cazzo di cartello non lo potevano mettere?" e lui: "non si arrabbi, che una soluzione si trova!" e io: "guardi, per sua informazione: ancora non mi ha visto arrabbiato...".

Un po' di creatività e qualche contromano mi hanno permesso di rientrare. Ma solo perché so come è fatto il dedalo di viuzze che ci circonda. Lui, che forse doveva saperlo e dirmelo, non era visibilmente in grado di trovare una soluzione.

La morale
La morale è semplice: aridatece Oscare!

Noi ogni tanto ci prendiamo amabilmente gioco di Giannino, che però, a pensarci bene, non se lo merita. In effetti, nella sua vicenda ci sono due paradossi e un insegnamento.

Il primo paradosso è nel fatto che lui, che attribuisce i mali dell'Italia al fatto di essere un paese cialtrone e non meritocratico, abbia una simile esposizione dopo quanto si è scoperto. Ma proprio questo dimostra che ha ragione lui! In un paese normale, un'associazione imprenditoriale un minimo seria si sarebbe ben guardata dal tenersi un testimonial simile. Non c'è che dire, ha ragione Oscar: siamo un paese di cialtroni, non meritocratico (e così è chi ci rappresenta, non solo in parlamento, ma anche e soprattutto nei corpi intermedi).

Il secondo paradosso è nel fatto che lui venga chiamato economista senza esserlo. Ma proprio l'assenza di titoli dimostra che in effetti la sua conoscenza dei principi della scienza economica è superiore a quella di molti miei colleghi. Sarebbe infatti irrazionale, e quindi antieconomico, dotarsi (con fatica) delle competenze adeguate al titolo che ti viene attribuito (e ti lasci attribuire), se questo ti viene riconosciuto senza che tu faccia tanta fatica.

L'insegnamento è che questo, nonostante lo amiamo (perché se lo merita) non è, non riesce a essere un paese normale. È un paese nel quale i vigili (o chi per loro) non riescono a capire che non possono autorizzare il simpatico cineasta animato da passione civile a impedirti di tornare a casa senza: (1) avvertirti e (2) spiegarti (loro) cosa puoi fare. Semplicemente, non sono culturalmente attrezzati a farlo, non sono culturalmente pronti a tutelare la più ovvia delle libertà, più di quanto Stiglitz sia culturalmente attrezzato a capire la politica del nostro paese (spettacolare la sua richiesta di abolire il referendum per salvare l'euro che, però, secondo lui, è stato un errore - al perseverare nel quale dobbiamo sacrificare quel bene che gli americani con tanta larghezza esportano: la democrazia)!

Quanto rispetto nei cartelli di Dublino!

Un rispetto, una civiltà, che in effetti qui riscontro di rado in condizioni normali. Un rispetto che fa la differenza fra cittadino e suddito. E quindi, sì, devo dirvelo, e ve lo dico: quanto vorrei vivere in un paese normale nei momenti eccezionali, ed eccezionale nei momenti normali! Insomma: in un paese di cittadini normali, non di eccezionali sudditi. Credo che la pensasse così anche Gadda, e credo che tre persone qui abbiano chiaro il passo al quale mi riferisco.

Si apra la discussione, ma io non potrò partecipare: sono riuscito a tornare a casa, e adesso dormo...


(...domani mi informo se è normale questo modus operandi. Any clue? Io non ho nulla contro il nuovo cinema italiano. Però mi piace molto anche Proietti...)


Addendum pro veritate
SAR Rodelinda, regina dei Longobardi, mi ha imposto di pubblicare la seguente rettifica: "La vicenda del vetraio di via Fauro non dimostra la relazione fra shock di domanda e di offerta, ma l'elasticità della domanda al prezzo in regime di concorrenza monopolistica. In effetti è vero che il vetraio perse il magazzino, ma poteva approvvigionarsi da fornitori lontani da cratere, e vendere ai facoltosi (e tordi) abitanti dei Parioli, i quali, nell'urgenza, non poterono esercitare la loro sovranità di consumatori - con buona pace di Oscarè - e quindi si fecero tosare, dato che in concorrenza monopolistica la curva di offerta non è infinitamente elastica, il che attribuiva al vetraio un certo potere di mercato. Quindi, se vi siete preoccupati per lui, tranquillizzatevi: ora ci fa ciao ciao con la manina da un qualche paradiso tropicale, dove spero abbia avuto il buon senso di ritirarsi".

(...ho creato un mostro...)

martedì 30 agosto 2016

Il partigiano Joe: una recensione di Charlie Brown

(...ricevo da Charlie Brown, che non sono io, ma è lui, per lo stesso motivo per il quale lui non sono io, che poi sarebbe, se volete, riconducibile al fatto che io non sono lui, questa interessante recensione del libro del partigiano Joe, che tanti entusiasmi sta suscitando a sinistra - o forse no, perché sinceramente me ne infischio di seguire il dibattito dei dilettanti. Credo che offra interessanti prospettive, e il primo commento che mi è venuto in mente è questo: sono loro che sono americani...)

Sono subito andato alla parte "come lo aggiustiamo e perché ".

In queste poche paginette Joe spiega perché er proggggettto europeo è moltisssssimo minchisssimo  importantissimo assai:

1) contenere la Cina sul piano ambientale usando l'ambientalismo europeo come ariete. Sappiamo che gli USA sono il primo inquinatore globale quindi hanno bisogno di un mandatario presentabile. Confonde l'ambientalismo con l'Illuminismo. Tanto sono tutti "ismi"... uniamoli con un bel tubo Made in USA. 
 
2) avere una piattaforma militare compatta per gestire le campagne militari USA in Asia Centrale, scaricando una buona fetta di costi sugli "europei" ("balanced and effettive global response"). Corri, vice idraulico Merkel, corri! 
 
3) assorbire meglio le masse di profughi in fuga dalle sopra menzionate campagne. "Humanitarian principles and freedom of mobility" , ma non per gli europei: per i profughi esterni Made in USA. Gli USA non li vogliono gestire: pag. 320 in alto. "The World needs a united Europe to formulate a humanitarian response to this migrant crisis". ( omette: " which WE DEMOCRATS created").

Agghiacciante nel suo sfacciato candore.

Tutto compatibile con la mente piddina, arrogante nel suo animobellismo e livida di revanchismo di quarta potenza segata con delirio di onnipotenza regionale in nome degli ideali della megliogioventù "illuminata"

Cristo, che situazione!


(...per chi non si fida, la fonte






Bene: ora non dite che non ve lo avevo detto - come al solito, prima! Da una pianta simile, che frutti possono nascere? Si apra, anche qui, la discussione...) 

Addendum delle 14:44: in effetti Charlie è severo ma un po' ingiusto. Joe a pag. 20 in alto ammette le responsabilità americane in alcuni episodi di destabilizzazione del Medio Oriente (quelli per i quali i suoi referenti politici hanno già chiesto scusa, cioè sostanzialmente l'Iraq). A parte questo, mi sembra che Charlie centri alcuni punti interessanti.

Faccio comunque un'osservazione di principio: credo, o quanto meno auspico, che noi qui si sia oltre la favoletta di Hitler che era cattivo dentro perché la mamma non gli dava il bacio della buonanotte, e degli americani che ci hanno liberato perché erano buoni e amavano la libertà. Suppongo che qui qualcuno si renda conto del fatto che esistono cose chiamate capitalismo, rapporti di forza, ecc. Di conseguenza, per quanto sordidamente usacentrica sia o sembri l'analisi del partigiano Joe, non è tanto questo a scandalizzarmi, quanto la sua mancanza di lucidità (evidenziata da alcuni di voi). Anche su quest'ultima tuttavia bisogna avere un giudizio articolato: chi ha lavorato con un editor che ha in mente un prodotto per un certo mercato (che magari poi non esiste, ma questo glielo dicono i dati dopo) può rendersi conto di certe dinamiche. Insomma: francamente in certi passaggi riportati il libro sembra idiota, questo è innegabile, ma sarebbe stupido e un po' arrogante pensare che necessariamente lo sia l'autore. Semplicemente, potrebbero avergli chiesto di scrivere un libro "a prova di idiota". Voi siete abituati, e mi avete abituato, a un altro livello di analisi. Ma siete pochi, e parlate una lingua non diffusissima. Il mio giudizio netto, ai nostri fini, resta negativo. Però esorterei a non commettere noi lo stesso errore che commette lui: giudicare col metro della nostra cultura il prodotto di un'altra cultura. 

Addendum del 31/8, ore 10:47: Charlie Brown mi fa notare di aver omesso un "DEMOCRATS": "which WE DEMOCRATS created". Oddio, non è che i repubblicani siano stati molto più "dovish" in politica estera. Tuttavia, è un dato di fatto che gli ultimi casini, quelli dei quali patiamo le conseguenze, sono tautologicamente stati fatti dalle ultime amministrazioni, quelle con le quali Stiglitz teoricamente si trova in sintonia. Anche qui, come dire: omettere indicazioni di partito può essere un dato tattico, nel tentativo di parlare a un pubblico più ampio possibile, ma può essere anche visto come un atteggiamento farisaico (e così lo vede Charlie Brown, che però è tendenzialmente conservatore). Non è facile giudicare. Torno sul punto: per quel che ci riguarda, il testo non credo possa presentare alcuna novità in termini scientifici. Il problema dell'euro non ha una dimensione scientifica: nessun economista ha mai detto che sarebbe stata una buona idea, con la limitata eccezione di alcuni economisti finanziati dalla Commissione Europea, che poi hanno parzialmente ritrattato. Detto questo, la dimensione politica del problema, dal nostro punto di vista, dovrà necessariamente essere valutata in termini del contributo che questo testo darà qui da noi all'avanzamento del dibattito. Al momento è presto per valutare. Ribadisco che la mia valutazione è un po' pessimistica, ma vedremo...

Il compagno Barroso e i suoi (ex) complici

Breve premessa: i promotori di questa iniziativa appartengono a quel ceto di miserabili parassiti (i funzionari europei) che campano sui nostri soldi e che fino ad oggi hanno commesso le più turpi nefandezze essendo pienamente consapevoli di ciò che stavano facendo. Lo documentano loro stessi, perché i parassiti, by definition, non sono molto intelligenti: se lo fossero, non vivrebbero a spese di altri organismi (nel caso di questi quattro sprovveduti, andrebbero a lavorare in un'azienda... che non li pagherebbe mai quanto li paghiamo noi!). Lo documentano laddove fanno capire di conoscere perfettamente le responsabilità di Goldman Sachs, che non sono note da oggi, ma da anni: così facendo dimostrano quindi che per anni queste responsabilità gli sono andate bene. Se le sono fatte andare bene, questi miserabili parassiti, perché tenevano famiglia: pecunia non olet! E sono così stupidi da confessarvi anche questo!

In uno spettacolare autogol dialettico questi miserabili parassiti mettono infatti al primo posto la questione di opportunità: mandare Barroso a Goldman Sachs trasformerebbe l'euroscetticismo in eurofobia. Farebbe cioè riflettere i cittadini europei su quanto dannose per la prosperità e la pace in Europa siano le istituzioni di Bruxelles, spingendoli a chiederne l'abolizione. Ma la fine delle istituzioni europee sarebbe la perdita del posto di lavoro per questi poracci, e lo smantellamento del network di propaganda giornalistica e accademica (inclusi i noti shit tank) ad esse collegato. Questo li preoccupa. Dopo, solo al terzo posto, pongono la questione morale (della quale si sono strabattuti finché non hanno avuto paura di dover andare a lavorare).

Non ci sono parole per esprimere l'esecrazione verso questi piccoli Eichmann, che senza battere ciglio hanno "eseguito gli ordini" coi quali un pugno di irresponsabili ha compromesso per molti secoli (ormai è inutile illudersi) la nostra prosperità. Il giudizio della Storia è inequivocabile: hanno fallito. Il giudizio etico è implicito nella premessa: verrà un giorno in cui ci si vergognerà di lavorare o di aver lavorato a Bruxelles. Sta già seguendo il giudizio politico: una sequela di richieste di uscita dall'Unione. In alcuni casi sarebbe opportuno seguisse un giudizio penale: sono stati infatti commessi crimini contro la personalità dello Stato, che molti ordinamenti sanzionano pesantemente.

Detto questo, nonostante la miseria umana di chi propone la petizione (complici di un crimine che cominciano a parlare per paura), vi esorto a firmarla e a farla circolare.

Il motivo è semplice: l'iniziativa ha avuto l'attenzione dei media che contano, come il Financial Times e credo sia quindi utile che abbia successo, perché può dare effettivamente un segnale.

Vi ricordo anche chi è Barroso: quello che nel 2012 teleguidò il governo Monti. Se pensate che questo governo abbia fatto i vostri interessi, non firmate. Se vi ha danneggiato, firmate. Si chiama democrazia: so che non ci siete più abituati... ma non è certo colpa vostra!

Si chiama invece politica appoggiare l'iniziativa di persone che si esecrano, se questa può mettere l'avversario di fronte alle proprie contraddizioni. Sapete che non ci sono abituato... ma ci sto provando, per voi!


(...nel 2013 ha funzionato: votando i 5 stelle mi sono tolto da davanti "er carta straccia": parole sconsiderate come le sue andavano punite politicamente a qualsiasi costo. Sapevo, come tutti voi, che i cinque stelle non erano la soluzione - per l'esattezza, ero stato io a spiegarvelo nel 2012 prendendomi i vostri insulti, cui non sono seguite altrettante scuse - ma lui era evidentemente il problema e andava eliminato politicamente. Siamo in un caso analogo: è evidente che i parassiti non sono la soluzione, ma Bruxelles è un problema di ordine superiore... Si apra la discussione...)

lunedì 29 agosto 2016

Terremoto: la morale della favola

& Pangloss disait quelque fois à Candide : « Tous les événemens sont enchainés dans le meilleurs des mondes possibles : car enfin, si vous n’aviez pas été chassé d’un beau château, à grand coups de pieds dans le derrière, pour l’amour de mademoiselle Cunégonde, si vous n’aviez pas été mis à l’inquisition, si vous n’aviez pas couru l’Amérique à pied, si vous n’aviez pas donné un bon coup d’épée au baron, si vous n’aviez pas perdu tous vos moutons du bon pays d’Eldorado, nous n’aurions pas reçu de médicaments homéopathiques. – Cela est bien dit, répondit Candide, mais il faut assurer notre maison ».



(...quoi de mieux, per commentare un terremoto, di un testo che fu scritto a seguito di un altro terremoto, così impressionante, all'epoca, da promuovere una riflessione sul concetto di divinità e sul suo rapporto col cosmo? Peraltro, anche in questo campo "Italians do it better": ma nel 1908 c'era già stato il positivismo, e quindi, come dire, l'impressione fu minore - ma non le vittime. Quindi, tutto va finanziariamente per il meglio nel migliore dei mondi possibili per la finanza. E le accorte parole del capo della nostra Protezione Civile - per ora organo pubblico, domani chissà? - credo vi facciano capire cosa voleva dire un certo saccente dall'ego ipertrofico, che fra l'altro porta anche sfiga perché tutto quello che dice succede, e siccome è sempre il contrario di quello che dicono i moderni Pangloss è evidente che il saccente è anche menagramo:




...e come denaro fresco va benissimo anche quello dei terremotandi!

Ma ora vi lascio: accompagno er Palla a rimettere il suo debito in francese. Così s'osserva in me lo contrappasso. A proposito: il saccente dall'ego ipertrofico sono io, e queste cose le ho scritte cinque anni fa e le trovate qui, dove, se lo meriterete, troverete anche molto altro. Multi sunt autem vocati, pauci vero electi: come dice Woody Allen, a qualcuno dovrò pur ispirarmi...)

venerdì 26 agosto 2016

La legge della conservazione della notizzia (sic)

IL #MACHEDDAVERO DI QUALCUNO È SEMPRE IL #QED DI QUALCUN ALTRO



Come avrete visto, il Fatto Quotidiano dà notizia (in effetti, la notizia è uscita ieri sul cartaceo, ma mi è stata segnalata questa mattina da lettori dell'edizione online: tanto per ribadire che purtroppo i giornali "di carta" ormai li leggono giornalisti e politici) del fatto piuttosto ovvio che ci eravamo permessi di anticipare due giorni or sono, e che ieri aveva ricevuto autorevole conferma.

Traiamo da ciò un insegnamento, e un ammonimento.

L'insegnamento è il solito: basta un ripasso. L'intellettuale sa, perché osserva la struttura. La cronaca, poi, rampolla come foglia dal tronco della struttura. Se il tronco è di rovere, non darà foglie di banano. Punto.

(...lo si ricorda a beneficio degli uomini piccini, dei Serendippi e dei Pietri Yanez, cui occorrerà prima o poi rassegnarsi al fatto che il reale è razionale: se nessuno vi si fila è perché non ve lo meritate, dal momento che il vostro acrimonioso soffermarvi su dettagli irrilevanti per accreditarvi come esperti di materie che non comprendete vi rende sommamente ininteressanti...)

L'ammonimento non riguarda i bravi giornalisti del Fatto, cui Zingy ha riconosciuto indipendenza di giudizio (merce così rara!) e onestà intellettuale, ma i loro simpatici colleghi: quelli che volevano convincerci che il cambio non contasse (e si vede!), o addirittura che le rivalutazioni del cambio fossero espansive (e si vede!), o che la Spagna fosse un miracolo dell'austerità: insomma, tutti quelli che, privi di competenze specifiche, hanno accreditato come fatti delle loro opinioni puramente ideologiche. Ora, gentili amici dei media, siete costretti a cambiare orientamento, perché, come vi avevo anticipato, lo ha cambiato chi remunera il vostro lavoro e quindi legittimamente detta la linea editoriale degli organi sui quali vi esprimete. Linea editoriale che, come avevo altresì anticipato, sarebbe cambiata quando l'euro, come doveva accadere, da strumento di compressione dei salari di tutti i lavoratori europei, sarebbe diventato strumento di compressione dei profitti dei capitalisti della periferia europea (sì, insomma, di quei quattro bancarottieri cui per vostra sfortuna avete affidato il vostro destino... e in questo vi sono solidale, sinceramente, come lo sono con ogni lavoratore, compresi quelli alla compressione dei cui diritti avete molto spesso vigliaccamente plaudito).

Era inevitabile che ciò accadesse, e avevamo anticipato che ciò sarebbe accaduto attraverso la crisi bancaria, della quale qui parliamo dal 2011, quando voi ci snobbavate un po', sicuri del fatto che a voi non sarebbe mai toccato...

Gentili amici: sarebbe stato meglio se aveste cercato di dare spazio a voci alternative, di non conculcare e insultare chi portava fatti e risultati scientifici nel dibattito. Ne avreste guadagnato in credibilità, e non ci avreste costretti a giungere ad una amara e insidiosa conclusione, quella che la qualità dell'informazione è il principale problema della democrazia in Italia. Conclusione non solo amara, ma anche paradossale, perché se chi porta nel dibattito opinioni le presenta come fatti (regolarmente falsi), diventa difficile resistere alla conclusione che per salvare la democrazia occorrerà disciplinarla.

Ma come disciplinare la democrazia preservandola?

I presidi, in realtà, ci sarebbero, ma sono assenti. Il più illustre assente, va da sé, è l'organo di autogoverno: l'Ordine dei giornalisti, che ha assistito impassibile a cinque (e più) anni di menzogne (qui un classico esempio), rifiutandosi di prendere atto del semplice e incontrovertibile dato che un fatto non è un'opinione. Se dici che i tassi "schizzarono" - cosa che ogni tanto accade - ma il dato storico è che i tassi scesero, stai mentendo (per motivi che lo studio di Zingy lascia intuire), e quindi non stai proprio tenendo un comportamento del tutto conforme a quell'etica professionale che l'Ordine dovrebbe tutelare, nell'interesse di tutti i suoi iscritti. Non possiamo tuttavia biasimarne l'inerzia, perché così si sono comportate anche agenzie "indipendenti" (quali l'AGCOM, come ricorderete), sulle quali incombeva un più penetrante obbligo di intervento.

Bene, cari amici.

Da oggi in poi (in realtà, da dicembre scorso) quasi tutto quello che scriverete è già stato scritto qui, cinque anni fa. Tutti i vostri editoriali non saranno altro che una penosa caduta dal proverbiale pero, una imbarazzante ostentazione di candore e sorpresa, col contorno di qualche "io l'avevo detto" tanto spericolato quanto goffo.

Insomma: ogni vostro #macchedavero sarà un nostro #qed. È la legge della conservazione della notizzia. Perché le vostre sono notizzie. Per le notizie i lettori da tempo vengono qui, e il merito è vostro (e di questo vi ringrazio).

L'ammonimento, quindi, è più che altro un suggerimento: alla luce del fatto che il regime sta cambiando, fate almeno finta di essere intellettualmente onesti. Smettendo di alterare i fatti renderete un immenso servizio alla maturazione di una coscienza civile nel paese in un momento di grave tensione, dove i vostri messaggi populisti (l'euro come panacea, il mito irenico dell'Unione Europea) farebbero enormi danni. Non rischierete così di essere considerati come un ostacolo alla democrazia, ma anzi sarete, nei fatti, il principale motore del necessario rinnovamento della classe politica di questo paese. Negli ultimi decenni (che sarebbero quelle che voi chiamate decadi) avete più volte favorito il ricambio di questa classe politica con la storiella della corruzione, quella che si racconta in ogni rivoluzione colorata. Ma quanto è più rivoluzionaria (se pure meno colorata) la verità! Lo dice anche nostro Signore: la verità vi renderà liberi.

Ci siamo senz'altro capiti, e qualora non ci fossimo capiti, mi sembra evidente che alla legge della conservazione della notizzia non possa che applicarsi la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate.

Le vostre responsabilità sono oggettivamente enormi.

Pensateci.

Non è mai troppo tardi.

Buona fortuna.

giovedì 25 agosto 2016

QED 66: le asimmetrie europee

Come era prevedibile, il post precedente ha scatenato una cacofonia di querimonie e invettive da parte dei servi stolti di quel potere particolarmente ottuso che attualmente ci governa. Cose che capitano quando si toccano nervi scoperti. D'altra parte, i nostri amici euristi ormai sono ridotti come san Bartolomeo: diciamo che non stanno più nella propria pelle:


Ogni giorno il rasoio della SStoria scortica la cotenna delle loro menzogne, mettendo a nudo l'abominevole e caduca realtà del loro meraviglioso "Fogno", sicché, poverini, toccarli senza infastidirli è impresa improba.

Ci rinuncio, preferendo dare un altro colpo di misericordia ai nostri amici.

Pensate un po': la semplice idea espressa nel post precedente, ovvero che le asimmetrie strutturali del disegno europeo sono più "pervasive" (come direbbe un economista) di quanto si possa a prima vista percepire, e contaminano nei modi più subdoli e inattesi la "governance" (come direbbe un economista) di questa bella di nazioni famiglia e di vassalli, è stata confermata a strettissimo giro niente meno che da Armando Zambrano, presidente del CNI, che, come tutti sapete, è il Consiglio Nazionale degli Ingegneri.

Siccome le sue dichiarazioni sono politicamente sensibili, a futura memoria qui c'è il passo che ci interessa:


cortesemente enucleato e sottoposto alla mia attenzione su Twitter da Leo, che ringrazio perché è uno dei tanti che aiutano, fornendomi informazioni gustose come questa. Se interessa, l'originale, finché c'è, è qui.

Mi limito ad aggiungere che mentre non stento a credere che un problema sia percepito come marginale da chi non ce l'ha (vedi post precedente), non stento nemmeno a credere che l'ingegner Zambrano abbia una visione un po' oleografica dei "preziosi fondi europei". Di questo simpatico focolaio di sprechi, asimmetrie e corruzione si è occupato prima in modo divertente e istruttivo Mario Giordano, con il taglio giornalistico che gli è proprio (Non vale una lira), e poi, con dovizia di fonti e metodo scientifico, Romina Raponi (Finanziamenti comunitari), come qui avete saputo in anteprima (del resto, se qui non sapeste le cose prima, non saremmo giunti al sessantaseiesimo QED).


Sarebbe opportuno che chi, come l'ingegner Zambrano, ha avuto modo di sperimentare la sordità dei nostri partner, invece di farsi troppe illusioni sulla loro clemenza, riflettesse con mente pura su un concetto che è nella nostra cultura: quello di libertà, che è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta.



(...e ora spinna questa, Pietrino, spinnala bene...)

mercoledì 24 agosto 2016

Amatrice (dormitio virginis).

Uga: "Babbo, a me piace visitare i musei".

Io: "Va bene, allora ti ci porto".

Lancinato dal senso di colpa per aver trascurato er Palla (ma anche lei), chiedo a Marta uno spiraglio nell'agenda. Il 25 giugno siamo ai Musei Capitolini e all'entrata della Pinacoteca ci accoglie questo:


Colla-del-Amatrice-morte&as.jpg
Di Ricardo André Frantz (User:Tetraktys) - taken by Ricardo André Frantz, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2920226


Aiuto a situare: "Tu hai mai visto gente camminare sulle nuvole?"

Uga: "No."

Io: "Quindi non è completamente realistico, giusto? È simbolistico. Allora bisogna capire cosa vuole dirci. Devi ridurre il disegno all'essenziale. Sono due fasce. La struttura compositiva è a prova di piddino..."

Uga: "Cos'è un piddino?"

Io: "Niente, è una parolaccia, poi ti do un euro... Dicevo: la struttura è a prova di idiota: te la sottolinea con il fregio del muro, che separa nettamente le due fasce. Sotto c'è la Terra, e sopra il cielo. Sono due mondi separati. Sotto si soffre, si muore, ci si dispera - chi resta... Sopra si è sereni, leggeri, si ascolta la musica. Diciamo che questo quadro è una promessa. Vuoi vedere una cosa completamente diversa?"

Uga: "Sì?"

Ci spostiamo.




Io: "Ecco, anche qui ci sono cielo e Terra, ma non sono così separati: vedi, c'è una specie di scala, una spirale, in effetti ci sono due diagonali che li collegano. E il punto di partenza e quello di arrivo sono marcati con lo stesso colore: il blu. Questa struttura in diagonale ti fa capire che siamo più tardi, siamo nel '600".

E per voi che siete beati, e che quindi capite le cose difficili, ma non quelle semplici, aggiungo un altro disegnino:


Anche questo bel dipinto, come quello di Cola dell'Amatrice, è diviso in due fasce. C'è una fascia rossa, in basso, la nostra terra, dove si soffre, e dove il colore rosso indica un rischio sismico elevato (la fonte è questa e ci trovate tutte le spiegazioni). Poi c'è la fascia celeste, cioè, appunto, il Cielo, dove si vive sereni: il rischio sismico è quasi assente (tranne che dove costruiscono centrali nucleari).

E, naturalmente anche qui, come nel quadro di Cola dell'Amatrice, si presuppone che sia il Cielo a dettare legge alla Terra.

Solo che nel quadro di Cola dell'Amatrice in Cielo c'è Dio, che sa tutto (l'asintoto della conoscenza, ricordate?).

Nella carta qui sopra, invece, il Cielo è occupato da quattro burocrati belgi, ai quali non pare vero, provenendo da un passato di spietati colonizzatori, di poter essere oggi servi ossequiosi, colonizzati dalla potenza egemone, la Germania, i quali sanno solo quello che devono sapere: ovvero, che i nostri paesi vanno spremuti per tappare i buchi delle banche dei paesi egemoni. Quindi noi dobbiamo chiudere gli ospedali "piccoli", anziché renderli antisismici, perché si sa, gli ospedali piccoli sono poco efficienti, dobbiamo lasciare i territori in dissesto, perché, Dio ne guardi!, tappare buche è la metafora della spesa pubblica improduttiva (sarebbero le pillole di Keynes secondo chi ha preso il master a "ci defeco"...).

Insomma: nell'ultimo quadro, che non è simbolico, ma realistico, vediamo rappresentata plasticamente la realtà dell'asimmetria europea. Quattro avidi cialtroni in conflitto di interessi, i quali, abitando in pianure a basso rischio sismico, dettano legge e fanno la morale a 60 milioni di persone che vivono in un paese montagnoso ad alto rischio sismico, dicendogli quanto possono spendere e per cosa, senza capire che dove il rischio è alto, così dovrebbero essere le spese per prevenirlo, e che dove per andare dal punto A al punto B si deve attraversare una montagna forse è opportuno che certe strutture come gli ospedali siano più dense sul territorio (problema del quale abbiamo già parlato).

Fanno la morale, certo!

Perché sono sicuro che verrà fuori il cretino che ci dirà che le case sono crollate perché non le abbiamo adeguate alle regole europee, come "ci chiede l'Europa". Peccato che poi per adeguarle dobbiamo chiedere all'Europa i nostri soldi, e l'Europa questi soldi non ce li dà.

Non ce li dà perché non è l'Europa: è solo il sogno autoritario, distopico e interessato di un liberista, amico di un altro liberista, quello che fu fascista con Mussolini e presidente con la Repubblica.

L'Europa è un'altra cosa, ed è quasi tutta in Italia, come questo post implicitamente dimostra.

Difendiamola.

sabato 20 agosto 2016

DGP 2 (post ad personam): spettri e corbelli

Le domande si dividono in due: quelle di chi vuole sapere, e quelle di chi vuol far vedere di sapere. Normalmente le prime le pone chi già sa molto. La conoscenza, come sapete, ha un asintoto: Dio. Quindi tutto nessuno può saperlo. Ma conoscere dà dipendenza: chi sa veramente molto, normalmente vuole veramente sapere di più. Chi sa poco, invece, normalmente crede di sapere molto, e si sente in dovere di venire a romperti i corbelli con le sue certezze. Aiutano in questo processo, devastante per la maturazione culturale e quindi democratica della collettività, un paio di illusioni ottiche.

La prima è quella che porta a gerarchizzare i campi del sapere umano in funzione di una loro pretesa o percepita "difficoltà", ovviamente con l'idea che un sapere sia tanto più profondo quanto più difficile. Questa illusione contrasta con quanto chi sa abbastanza conosce della natura e dell'arte, dove in effetti il suggello della profondità è l'apparente semplicità, l'economicità del gesto (in particolare, di quello artistico). Una persona acculturata sa, o dopo un po' comunque apprende, che il sapere profondo sembra semplice. Per i superficiali il sapere profondo sarà sempre quello che sembra complicato.

La seconda, legittima, illusione ottica ha matrice egotista: ognuno di noi sa fare qualcosa, e molti la sanno anche fare bene. Da questo può discendere, in personalità non sufficientemente strutturate, la legittima illusione di saper fare tutto "meglio" degli altri. Ora, non è detto che le cose stiano sempre esattamente così. Naturalmente, in questa illusione c'è del vero. Prendiamo ad esempio gli strumenti musicali. Chi ne suona più di uno sa, perché ci arriva da sé, o perché glielo dice un bravo maestro, che esistono dei "metaconcetti" validi per qualsiasi strumento, e riconducibili comunque sempre tutti a motivi di economia del gesto. Mi ricordo di quando Salvatore Carchiolo mi disse che la mano doveva muoversi sulla tastiera come l'archetto su una corda, e che il movimento della mano doveva essere bello. Quando lo dissi al mio maestro di flauto, Pietro Meldolesi, flautista e violinista, rimase impressionato e ne seguì una interessante discussione che non vi riportò, perché fondamentalmente non credo che ve lo meritiate, ma il cui senso generale era che suonare bene uno strumento forniva delle "metacategorie" spendibili anche nella tecnica di altri strumenti, magari completamente diversi.

Qui siete per di più di un'altra razza: quella delle persone che avendo fatto ingengngneria, e quindi avendo fatto due analisi e altre matematiche, pensano di poter capire l'econometria meglio di uno che invece ha studiato econometria, e quindi ha fatto meno matematica, ma quella che serve allo scopo.

Non è di questa razza andrea (che infatti è un fisico), il quale osserva, a seguito del post precedente, che:


20 agosto 2016 01:52
In realtà nel post ci sono moltissimi discorsi, ma quello centrale è già stato sintetizzato da Alberto nella frase "un random walk fornisce una rappresentazione più accurata del DGP" (rispetto alla rappresentazione pittorica fatta nel post precedente, cioè un trend deterministico lineare con un po' di noise).

Per arrivare a questa, per me inaspettata, conclusione, il prof. usa un test che (mi pare di capire) è lo stato dell'arte in questo tipo di domande. Il test restituisce una stima (normalizzata per una stima dell'errore) del parametro rho-1, che è appunto "t-statistics", il cui valore ideale nel caso di random walk è zero. La stima si scosta da zero ma non significativamente, infatti per essere significativa al 10% doveva venire più bassa di -3.14. Essere significativo al 10% significa che c'è un 10% di probabilità che lo scostamento da zero sia una fluttuazione casuale e quindi scartare zero sia sbagliato (10% quindi è generoso, 1% sarebbe molto meglio). Quindi anche con molta generosità (nei confronti dell'alternativa) l'ipotesi di random walk non si può scartare.


Prima osservazione generalissima: chiunque lavori coi dati per farsi un'idea del meccanismo che li ha generati parte da un'ispezione visuale del loro comportamento. Con gli anni l'istinto si affina, e l'uso di test statistici non fa che confermare l'intuizione estetica (in senso etimologico).

Poi entriamo nello specifico, prendendola un po' larga, per far capire quanto sia in effetti importante capire se i dati siano stati generati da una tendenza deterministica con un po' di noise più o meno autocorrelato attorno, o se invece sono stati generati da una tendenza stocastica, cioè da una passeggiata aleatoria, cioè da un processo con radici unitarie.

Verso l'inizio degli anni '60 gli economisti pensavano di aver risolto il problema della crescita economica. In effetti, il mondo era in rapida crescita, e quindi la crescita, in termini politici, era un non problema. In termini analitici, Solow aveva formalizzato il modello neoclassico di crescita che metteva insieme in modo relativamente coerente una serie di fatti stilizzati rilevanti, facendo contenti un po' tutti, anche i cosiddetti "keynesiani", che in realtà erano allora, come ora sono i neokeynesiani, dei neoclassici con una spruzzatina di celeste addosso (il celeste del partito democratico USA). Guardare al passato, se non al futuro, avrebbe mostrato che la crescita, cioè il lungo periodo, una sua importanza ce l'ha, e che esistevano divergenze tali da porre seri problemi. Ma, naturalmente, la risposta di tutti (di quelli "de destra" come di quelli "de sinistra") era che i problemi si sarebbero potuti risolvere applicando la legge dell'offerta e dell'offerta (geniale lascito alla civiltà occidentale dell'amico Giuseppe Rubino). Il lungo periodo era un problema di produzione/offerta, non di spesa/domanda. Unica voce dissenziente, Tony Thirlwall (discepolo di Kaldor, discepolo di Keynes).

Risolto (male) il problema della crescita, da lì in poi quindi l'agenda della ricerca economica ed econometrica si sarebbe incentrato sul medio periodo, sul ciclo economico, su come gestire senza scosse (eccessive recessioni o espansioni) il percorso magnifico e progressivo dell'umanità verso il benessere. Insomma: l'agenda della ricerca si concentrò sul ciclo economico.

Per andrea (se, come penso, sa l'analisi spettrale): fondamentalmente gli economisti decisero di trascurare le frequenze angolari stagionali (dalla frequenza pi greco, corrispondente a un ciclo di periodo due, in giù: le trovi descritte qui), e naturalmente anche la frequenza zero, che determina quella che il compianto Granger chiamava la forma spettrale tipica di una serie economica, per studiare cosa accade in una banda di frequenza corrispondente a un ciclo di periodicità intermedia, il cosiddetto business cycle period, che si presume sia intorno ai cinque anni (con molta variabilità e ovviamente con una periodicità che dipende dal campionamento dei dati: cinque anni sono venti trimestri...).

Naturalmente, per risolvere il problema del ciclo (economico, altrimenti, come sapete, ci vuole Lines Seta), prima bisogna individuarlo. L'altro ciclo ha dei sintomi piuttosto evidenti: il famoso "in quei giorni", che non è l'incipit di un passo del Vangelo, ma di una pubblicità. Le recessioni sono anche loro, talora, un bagno di sangue, ma, ad esempio, le espansioni no, e quando tutto va bene la gente si distrae e pensa che sarà così per sempre. Datare i punti di svolta della congiuntura economica, e soprattutto quelli superiori, non è quindi una cosa banale.

Inoltre: il ciclo, per definizione, dovrebbe essere una componente stazionaria. Un'onda media, che si sovrappone all'onda lunga della crescita (ma si distingue dalle increspature a frequenza stagionale). La componente ciclica quindi dovrebbe essere quanto meno un processo stazionario in covarianza, e magari anche ergodico, per i noti motivi (cioè perché di ciclo "storico" ne abbiamo uno solo, e momenti di insieme non possiamo calcolarne).

Nota che, in tutto questo, gli economisti l'analisi spettrale non la sanno. Un econometrico allievo di Carlucci, se vuole trovare il ciclo, applica un filtro passa banda, come il filtro di Baxter e King (ma poi ce ne sono stati altri). Un economista farà la cosa più ovvia: interpolerà un trend, e prenderà il residuo, cioè la serie detrendizzata, come stima della componente ciclica della serie: l'operazione che vedi fatta  nella Figure 3 riportata dalla fonte delle fonti.

Si capisce subito cosa c'è che non va, no?

Se facciamo questa operazione sulla serie trimestrale del Pil da 1970q1 a 2016q2 il risultato, ovviamente, è questo:


Qui hai in rosso i dati, in verde il trend e in blu il residuo, cioè la serie detrendizzata. Sembra che ci sia un'unica onda, con un picco poco dopo il 2000. Ma l'Italia non ha avuto un unico ciclo economico. Tu dirai: "Questo è un risultato spurio dovuto al fatto che il processo ha cambiato struttura". Forse. Allora vediamo cosa succede se la stessa operazione la facciamo prendendo i dati fino a 2008q2:
Ecco: qui si ragiona: si vede una serie di onde cicliche, con un primo picco nel 1974, un primo cavo (recessione) nel 1975, ecc. Abbiamo trovato il ciclo.

Sarà stazionario in covarianza?

No. Te lo dico prima di fare il test perché io so (come Pasolini):


E in effetti l'ipotesi di radice unitaria (marginalmente) non può essere rifiutata...

(...in realtà te sto a cojonà, e se ti accorgi di dove potrebbe essere il trucco sei bravo...)

Quindi? Quindi il Pil non è una tendenza deterministica "con un po' di noise intorno" nemmeno prima dello sfracello del 2008, e questo, peraltro, i dati ce l'avrebbero detto:


Tuttavia nel DGP del Pil una tendenza deterministica c'è: convive felicemente con una tendenza stocastica, perché il DGP è di tipo random walk with drift:
e quindi, se immagini di essere all'origine dei tempi, con una condizione iniziale pari a zero, succederà una cosa di questo tipo:

L'accumulazione delle intercette (diverse da zero, il drift del processo) genera una tendenza deterministica, e l'accumulazione dei noise incorrelati genera una tendenza stocastica. Puoi togliere la prima, ma resta la seconda.

Questo cosa comporta?

Tantissime cose. Qui restiamo sul discorso "ciclo", confrontando ad esempio la serie detrendizzata sul periodo 1970q1 2008q2 con quella ottenuta applicando il filtro passa banda di Baxter e King alle frequenze del ciclo economico (agevolo disegnino con la funzione di risposta in frequenza:

nel caso ti sia utile).

Il confronto fornisce questo:


Qualche differenza si vede, no? La serie ricavata col filtro passa banda data i punti di svolta più o meno come la serie detrendizzata, ma l'intensità di espansioni e recessioni è molto diversa. Ad esempio, per la serie detrendizzata l'espansione più rilevante (15 miliardi sopra al trend) si sarebbe avuta all'inizio degli anni '90. La serie filtrata racconta una storia diversa.

Naturalmente da dire ci sarebbe molto altro, ma sto per entrare in una lunga galleria.

E adesso, ragliate fratres...

venerdì 19 agosto 2016

DGP (post ad personam)

The andrea puglisi18 agosto 2016 00:29


Riconosco che il fit lineare 1970-2007 rende in maniera molto efficace il muro contro cui ci siamo scontrati frontalmente nel 2008.

L'efficacia "pittorica" basta e avanza a giustificarlo. Io personalmente lo trovo impressionante.

Da fisico (e docente di processi stocastici) mi domando se c'è qualcosa di più. So che questo esula dal "problema", ma la curiosità mi resta.

Ho letto i tre post del 2014 sui cammini aleatori, non mi pare che dicano altro da: è molto improbabile (non impossibile) che un random walk (lancio di moneta non truccata ad ogni trimestre) faccia quel che fanno i dati del grafico dal 1970 al 2008, che pare piuttosto una moneta con bias. Cioè col trucco.

Immagino che il pil sia ben diverso da un random walk. Ma allora perchè rimandare alla lezione sui cammini aleatori? Che poi immagino andrebbe applicata ai logaritmi (visto che i tassi di crescita in economia sono percentuali e quindi, anche per colpa vostra, a me tocca pure fare delle lezioni sui processi moltiplicativi :-)



andrea puglisi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "186 trimestri di Pil (destagionalizzato)":

Grazie. Solo di striscio (dalle mie parti non si usano molto modelli arma, etc.). Allora ho dato una letta al primo testo che ho trovato (Walter Enders, Applied Econometric Time-Series, molto leggibile) e credo di aver capito lo scopo di uno unit root test: immagino me lo citi a sostegno dell'ipotesi di non-stazionarietà della serie. E io ci credo, non metto in dubbio che in 1970-2008 ci sia un bel trend, ovviamente sono anche più convinto se (come sembri suggerire) ci sono test statistici che formalizzano e controllano quest'ipotesi. Resto incuriosito (ma forse è sufficiente dire affascinato, non pretendo lezioni ad personam) dalla linearità del trend su un arco di tempo così lungo - e storicamente così accidentato. Quando (dalle mie parti) si vede un andamento "semplice", ci si chiede se non ci sia una spiegazione "semplice".

Postato da andrea puglisi in Goofynomics alle 18 agosto 2016 09:57


Caro Andrea,

il tuo modus operandi dimostra che sei una persona intelligente (hai inquadrato il problema) e sei distante dai tronfi ellissoidi saccenti che arrivano sparando supercazzole random per far vedere che ce l'hanno lungo (hai cercato una fonte, che è a mio avviso un'ottima fonte). Mi fa quindi molto piacere venirti incontro con qualche stimolo in più, anche se, naturalmente, avendo solo tre quarti d'ora a disposizione posso farlo in un modo che credo tu possa capire perfettamente, ma che certamente non tutti gli altri potranno seguire. Del resto, abbiamo anche avuto post in greco per Nat, quindi per una volta potremo parlare di econometria.

Parto da una cosa semplice ma essenziale: l'economia non è una scienza sperimentale. Le osservazioni non provengono da sistemi fisici replicabili mediante esperimenti controllati, ma da sistemi sociali. Se lanciamo un razzo contro un bersaglio, sappiamo com'è fatto il razzo e sappiamo quanto è lontano il bersaglio. Ci possono essere errori di misurazione, ma la "macchina" sappiamo com'è fatta. La "macchina" dell'economia non sappiamo com'è fatta, non lo sa nessuno, e può essere in qualche modo concettualizzata solo in via inferenziale partendo da un singolo campione di dati: quello generato dalla storia economica del paese o dei paesi che stiamo analizzando (ovviamente qui mi riferisco all'ambito macroeconomico: esiste un'economia sperimentale, che opera a livello microeconomico con esperimenti controllati, attraverso i quali comunque cerca di inferire come funziona l'homo oeconomicus...).

Questo noumeno, il "modello vero" dell'economia, in econometria si chiama DGP (Data Generating Process). Il DGP del mondo naturalmente è in mente Dei. Diciamo che il DGP lo concettualizziamo a seconda del contesto nel quale ci troviamo a operare, ovvero, dell'insieme di informazioni che vogliamo/possiamo utilizzare. È del tutto evidente che il PIL di un paese dipende da una quantità di variabili, fra cui i PIL degli altri paesi, le variabili di politica economica, l'andamento dei corsi delle materie prime e delle valute estere, ecc. Se vogliamo mettere tutte queste informazioni nel modello, ne verrà fuori un gigantesco processo stocastico vettoriale non molto gestibile: a quel punto il ragionamento economico serve a imporre un minimo di struttura, e qui comincia una lunga e dolorosa storia (traccia: overidentifying restrictions, modelli VAR, ecc.). Io però ho fatto una cosa diversa: ho usato come info set solo la storia della variabile. Mi sono cioè posto nell'ottica di un processo stocastico univariato: operazione legittima, nel senso che sta comunque al ricercatore decidere quante informazioni vuole utilizzare. In linea di principio, più ne utilizza e più la previsione sarà non distorta ed efficiente (varianza minima). In pratica però non sempre è così, e questo perché non importa solo quanta informazione utilizzi, ma anche come la utilizzi, e qui comincia una lunga e gaudiosa storia (traccia: fallimento dei modelli strutturali all'inizio degli anni '70, affermazione dei modelli Box-Jenkins, cointegrazione).

Ci siamo fino a qui?

In ogni caso, io ho fatto la scelta di utilizzare un'unica variabile, e il problema che intuisci io lo esprimerei così: il grafico dell'estrapolazione di tendenza è un buono strumento descrittivo, ma non è interpretabile come modello analitico o predittivo del Pil italiano semplicemente perché una tendenza deterministica non è una buona rappresentazione del DGP di questa variabile.

Tanto per capirci: nell'equazione


è molto difficile che beta sia diverso da zero e rho diverso da uno. Avremo viceversa rho uguale a uno e beta uguale a zero, ovvero, in questa riparametrizzazione:


il coefficiente del livello ritardato di y non sarà significativamente diverso da zero.

Nota: tu potresti dirmi: "questo può anche essere, ma perché dici che questo implica che beta sarà uguale a zero?". Risposta: perché altrimenti osserveremmo un andamento parabolico (se osservi la seconda equazione e la risolvi ti rendi conto che se lasci una tendenza lineare nelle differenze prime della variabile, stai implicitamente assumendo che i livelli della variabile seguano una tendenza parabolica, che nei dati però non osserviamo e che quindi scartiamo a priori sulla base delle informazioni disponibili).

Ora, il punto è che l'ipotesi nulla di radice unitaria non viene respinta non solo su tutto il campione, ma anche sul sottocampione pre-crisi. Il primo risultato potrebbe essere banalmente dovuto al fatto che la tendenza deterministica è "segmentata" dalla crisi del 2008, e si sa almeno fin dal tempo di Rappoport e Reichlin che in questo caso i test di radici unitarie sono poco potenti (visto che cose belle faceva la Reichlin?). La difficoltà nel respingere la nulla di integrazione è dovuta al fatto che una rottura di tendenza deterministica può tranquillamente essere interpretata, a occhio, come una inversione di tendenza stocastica (l'altro riferimento importante è Zivot e Andrews, ma la letteratura è sterminata). Il punto è che la prima (la rottura di tendenza deterministica) presuppone un cambiamento strutturale nel modello, mentre la seconda (l'inversione di tendenza stocastica) solo uno shock, o una raffica di shock, anomali, il che naturalmente apre prospettive diverse circa la prevedibilità del fenomeno.

Mi aspettano a cena, e quindi vado di corsa fornendoti solo i risultati del test ADF su tutto il campione e poi fino a prima di Lehman:




Il numerino da guardare è la statistica t che, come vedi, non è significativa né su tutto il campione, né fino a prima della crisi. Visto che hai l'occhio esperto, noterai che nel sottocampione fino a 2008Q3 la statistica è più grande in valore assoluto (il test è unilaterale sinistro e la distribuzione non è standard per motivi che credo tu conosca e che comunque puoi capire meglio di me e sono spiegati qui). Tuttavia, non riesce comunque a respingere la nulla di radice unitaria verso l'alternativa di tendenza deterministica (la soglia al 10% è -3.1).

Quindi?

Quindi il grafico ha un valore descrittivo, e come tale l'ho esplicitamente proposto, ma un random walk (non esattamente: in realtà un modello ARIMA(1,1,0), come intuisci dai tabulati) fornisce una rappresentazione più accurata del DGP. Il che, banalmente, significa che se io dovessi prevedere il PIL del 2016 riterrei più affidabile come "predittore" il valore del Pil del 2015 che non l'estrapolazione di un trend lineare non segmentato stimato dal 1970 (l'ipotesi di DGP alla base del grafico "pittoricamente efficace"), ma anche quella di un trend segmentato (e di punti di rottura ce ne sono almeno quattro, ma di questo se ti interessa parliamo nella prossima puntata).

Ovviamente, astenersi ingengngngnieri, e agli altri posso dire che prima o poi capiranno quasi tutti. Alcuni studiando, altri andando in paradiso. Quindi, non abbiate fretta. Agli euristi, ovviamente, questa materia resterà per sempre oscura. In Inferno nulla est redemptio.

Del resto, le aspettative razionali, se ci pensate, sono la quintessenza del piddinismo: sono la pretesa ideologica che l'agente economico sappia di sapere com'è fatto il DGP (cioè il modello vero dell'economia). E anche chi non ha capito niente di questo post, proprio perché non ha capito niente, capisce e al tempo stesso dimostra quanto questa pretesa sia assurda. Non è quindi un caso che interi programmi di ricerca basati su di essa, buon ultimi i modelli DSGE, alla prova dei fatti miseramente falliscano, anche se Lippi non se n'è accorto (ma qualcuno un po' più titolato di lui sì: e quest'ultima osservazione ovviamente era per eric, da cui devo tornare).

Alles klar?


(...ai refusi pensateci voi, che ho il lato oscuro della forza a cena e non sta bene farlo attendere...)

mercoledì 17 agosto 2016

186 trimestri di Pil (destagionalizzato)

(...proseguendo una nostra vecchia tradizione...)

Vi fornisco la lectio difficilior del grafico che ho pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano. Per qualche motivo, nella loro grafica la tendenza lineare è diventata un inizio di arabesco, ma i numeri sono corretti (del resto lo diceva anche Flaiano: in Italia la linea più breve fra due punti è l'arabesco: siamo mediterranei...). In effetti nell'originale la tendenza è dritta come un fuso, come dev'essere e come potete constatare qui:


Ovviamente, chi ha capito questo intuisce anche cosa c'è che non va in questo grafico dal punto di vista probabilistico. Il grafico ha un mero valore descrittivo, e in questo senso è piuttosto efficace, non trovate? Per vostra erudizione, aggiungo il campione sul quale ho calcolato la tendenza, con la relativa equazione:


(per favore, se non sapete cos'è non commentate: questo serve a chi sa cos'è), e la distinta degli scostamenti fra actual e forecast nel campione di proiezione ex post:


"Dottò, sò millenovecentotrenta mijardi in meno... Che faccio? Torgo?"

Come vedete, il governo del "fare" (le seghe) non è riuscito nemmeno a stabilizzare lo scarto fra il Pil e la sua tendenza storica, che continua ad allargarsi inesorabilmente.


(...nell'articolo è citato il dato complessivo di -1949, che risulta se lo scostamento si calcola dall'inizio del 2008, anziché dalla fine del campione di stima. Di fatto, le prime due osservazioni del 2008 erano già sotto tendenza, ma moderatamente, per effetto della crisi subprime del 2007. Poi è saltata Lehman ecc....)